1. In Cantiere - parte prima


    Data: 08/01/2019, Categorie: Gay / Bisex Autore: Michel, Fonte: EroticiRacconti

    Ogni tanto, durante i miei viaggi di lavoro, sono stato nei cantieri per supervisionare la costruzione di alcuni impianti. Di recente, mentre ero in Arabia Saudita, paese omofobo e refrattario a ogni possibile cambiamento sociale, mi sono ritrovato in una situazione molto eccitante, nata in un contesto esclusivamente maschile. I primi giorni sono passati ad osservare tutti i lavoratori che entravano ed uscivano dalla Control Room, posta all’interno di un edificio, in pieno deserto saudita. Erano per lo più indiani di varie etnie, come tamil, kerala e altre. Tra di loro parlavano inglese perché i loro dialetti erano troppi diversi per potersi capire, anche se ai miei occhi avevano tutti quanti lo stesso accento bislacco. Erano quindi giovani tra 25 e 35 anni, di carnagione scura, più o meno marcata. Molti portavano i baffi perché in India fa macho ed è considerato un sinonimo di bellezza. In effetti a qualcuno stavano bene e gli regalavano un certo fascino. I ragazzi non erano molto alti, potevano arrivare al 1,75 m circa, al massimo. Avevo osservato bene ciascuno di loro e soprattutto gli sguardi che mi lanciavano. Sembrava che volessero mandare messaggi. Quando sono entrato più in confidenza con il team, spiegando loro che non ero sposato e che vivevo da solo, molti hanno cominciato a fare sorrisetti strani, alludendo al fatto che facevo la bella vita e che sessualmente ero disinibito… in effetti non mi dispiaceva che si fossero fatta questa idea di me. Un giorno, sono ...
     dovuto andare in impianto per supervisionare alcuni lavori ad un bruciatore e mentre prendevo i miei appunti, per poi relazionare la sera al mio capo che stava in Italia, il mio sguardo incrociò quello di un certo Ajit che portava occhiali da sole di sicurezza, casco e tuta rossi, tipico di chi si occupa di safety in un cantiere. Lui si voltò e io continuai a scrivere. Quando alzai lo sguardo, lui era sempre là e sembrava fissarmi. Ajit era un ragazzo di circa trent’anni, di 1.70 m circa, dalla pelle ambrata e capelli molto scuri, così come gli occhi che mi guardavano. Accennai un piccolo sorriso e lui lo ricambiò. Sembrò finire tutto lì, ma poi nel pomeriggio in Control Room mi si avvicinò per parlarmi. Mi raccontò di sé e del fatto che vivesse in una piccola baracca fuori dalla cinta dell’impianto e allestita dalla società per la quale lavorava. Era single e per il suo paese non era una cosa buona, avrebbe dovuto già sposarsi e avere dei figli. Ma lui non si sentiva pronto. Invidiava me che invece ero libero di fare la vita che volevo, senza dover rendere conto a certe convenzioni sociali, che invece in India sono ancora ben radicate. Mi disse che aveva un amico fraterno lì in cantiere e che conosceva da una vita. Passarono i giorni e le nostre discussioni erano ormai un fatto quotidiano, specialmente al tardo pomeriggio quando già il sole era quasi al tramonto e in cantiere si cominciavano a vedere le luci che facevano brillare il metallo dei vari impianti. Era il momento in ...
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